Storie

 1 . AMERICANAMA

Una volta al mese l’incontro per lavoro per due giorni. Vive e lavora a Madrid da 4 anni ma vuole venire in Italia. Il mio collega nato a Philadelfia nel 1970 da madre norvegese e da padre inglese ha un passaporto americano e parla 4 lingue. Ha un cervello diverso dal mio, sarà per le ciambelle rosa shocking che avrà mangiato oppure per quelle cazzo di gomme con gusti fuori da ogni logica ma lui è diverso anche quando gira lo zucchero nel cappuccino.

Io osservo lui con estrema attenzione e lui osserva me con estrema attenzione. Nelle pause ci domandiamo le cose più strane sui nostri rispettivi paesi.

Io “Ma è vero che voi spruzzate l’olio nelle padella?”

Lui “Ma è vero che avete due lenzuola nel letto?”

Io “Ma è vero che avete delle confezioni di latte enormi?”

Lui “Ma è vero che avete libri dei morti nei cimiteri?”

Io arrivo con un taccuino rosso e lui nero con sopra scritte le domande. A noi non interessa la vita politica e economica, interessano i movimenti quotidiani e le confezioni dei prodotti quali farmaci e cibi.

Lui ha un quoziente d’intelligenza molto alto e per lui è stato creato un percorso personalizzato all’Università. Lui dice che io e lui abbiamo molte cose in comune e forse è vero.

Lui in questo periodo sta studiando il Risorgimento Italiano.

Io in questo periodo sto studiando Elizabetta I d’Inghilterra.

Lui in questo periodo ha la fissa di Shakespeare e di un gruppo indie finlandese.

Io in questo periodo ho la fissa di Dostoevskij e di un gruppo indie inglese.

Io segretamente invidiosa del suo essere americano e di quel suo modo di sbuffare domando “Hey where’d you go?”

http://www.youtube.com/watch?v=Whv1tLqKZig

 

2. DO YOU WANT TO SEE THE WORLD IN DIFFERENT WAY?

“Ma perché te ne vai qui non stai bene?” E’ la stessa domanda che mi hanno fatto quando decisi di andare a lavorare a Bologna ed è la stessa quando ho deciso di andare a lavorare nei Balcani, cazzo venti anni sempre la stessa domanda ma a me non vi abituate mai? Io a voi mi sono abituata e per questo me ne vado.

Il mio amico americano “Quanto ti manca per toccare il fondo? Dimmi un po’ quando decidi a ritornare a fare quello che ti piace?”

Io “Io sto bene così”

Lui “Ma stai scherzando? Hai deciso di morire o comunque di suicidarti fra una decina di anni?”

Io “No, non credo”

Lui “Ascolta bene, io voglio fare il tuo nome per il Centro Studi e per lavorare nella progettazione europea. Ma prima voglio chiedertelo e pensaci bene. Vuoi tornare a vederlo il mondo e smetterla di giocare alla normale?”

Io “Ma io sono normale”

Lui non mi ha risposto e ha guardato il cielo “Oggi si sta proprio bene”

Io “Sai, il mio inglese si è un po’ perso”

Lui “Cazzata”

Io “Ma ora ho un figlio e un marito”

Lui “Cazzata. Missioni brevi, cara e niente più guerre. Prometto”

Siamo seduti su di una panchina. Guardo un filo d’erba sotto il mio piede. C’è il sole. Ho l’ansia e mi gira anche un po’ la testa.

Io “Posso telefonare?”

Lui “Che ti serve l’aiuto da casa? No”

Io “Una sigaretta?”

Lui “Non hai smesso due anni fa?”

Io “Accetto”

Lui “Benissimo, preparati a gennaio c’è Madrid”

Io “Ma andiamo con l’aereo?”

Lui “Nooo, con la macchina!”

Io “Ah che bello però”

Si è alzato, io l’ho seguito cercando di non calpestare le linee delle pietre. Lui si è voltato. Io mi sono fermata e ho sorriso.

Lui “Tu sei eccezionalmente imperfetta”

Non riesco più a vivere in provincia. Mi fa male il fegato.

http://www.youtube.com/watch?v=5rfr4oYWVfo&feature=related

3. DA LONTANO TUTTO E’ PIU’ FACILE

“Why do you look so sad? Because you speak to me in words and I look at you with feelings.”

Quando è venuto a prendermi all’aeroporto ci siamo salutati sorridendo e con le mani nei cappotti. Le mie erano chiuse a pugno nel cappotto di panno rosso, le sue nel cappotto di velluto marrone. Dopo 10 minuti ho un bernoccolo in testa per non aver visto un palo, guardavo una coppia abbracciata e se non fosse stato per lui starei ancora girando per l’aeroporto per capire da dove cazzo si usciva da un posto rumoroso e troppo colorato per i miei gusti.

A cena i colleghi parlano di politica estera. L’argomento “Italia” tiene banco. Io intanto sto attenta che il merluzzo non tocchi le patate nel mio piatto eppure cazzo avevo chiesto due piatti separati. Lui intanto apre la borsa e tira fuori da un sacchetto le sue posate ed il suo bicchiere. Il cameriere ci osserva e chiede se è tutto a posto. Lui “Devo dargli una risposta adesso?” mi domanda e io rispondo al cameriere “Va tutto bene, non si preoccupi”.

Rimaniamo davanti al ristorante a parlare. Una mia collega sta raccontando il suo viaggio avventuroso a Tirana e non smette di toccarmi il braccio destro. Lei “E poi la macchina si è fermata …” tocca “… io credo che abbia bestemmiato …” tocca “ … ma poi ho cercato il mio telefono … ” si aggrappa al mio braccio “ … l’avevano rubato!” e tutti a ridere. Io fisso la sua mano con le unghie rosse smaltate aggrappata al mio braccio. Lui nel mio orecchio dice “Non è il mostro della laguna. Stai calma, va tutto bene”. Lei finalmente toglie la mano ed io sospiro.

Dopo due giorni, davanti al tabellone delle partenze dell’aeroporto di Madrid.
Lui “Ti saluto qui””

Io “Come hai le mani nelle tasche nel cappotto?”

Lui “Pugni chiusi”

Io “E sudano?”

Lui “Sì”

Io “Perché non le tiri fuori?”

Lui “Si sentirebbero fuori posto. Meglio sotto controllo nelle tasche”

Io “Va bene. Ci vediamo tra due mesi a Zagabria. Io questa volta l’aereo non lo prendo, arrivo in macchina, sono solo 4 ore”

Lui “Allora parto da Venezia con te”

Io abbasso lo sguardo sulle scarpe e sorrido “Ora vado. Ciao”

Le mani rimangono nelle tasche dei cappotti. Mentre aspetto di avanzare verso i controlli per la sicurezza lo cerco e lo trovo vicino ad una parete di vetro, saluto con la mano e lui ricambia, da lontano tutto è più facile.

4. LA MUSICA E’ IL CIBO DELL’AMORE

 “I think only stupid people have good relationships”

L’ultima volta che sono stata nei Balcani era il 2003 e avevo salutato Spalato dal traghetto. Avevo salutato anche la Jadrolinija, la mia compagnia di traghetti preferita (quell’anno persi il conto di quanti traghetti presi). Sorridevo mentre mi avvicinavo alle loro navi e notavo la stella rossa della ex-Jugoslavia nascosta sotto lo smalto bianco. “Chissà cosa pensavano gli operai mentre nascondevano la stella rossa con tutto quel bianco” mi chiedevo sulle banchine delle isole croate.

La riunione è appena finita a Zagabria e mi ritrovo a guardare via Vlaska dal terzo piano con le mani nella tasche. Una collega rumena s’avvicina.

Lei “Il viaggio in macchina con D. è andato bene? Di che cosa avete parlato questa volta? Shakespeare?”
Io “Non abbiamo parlato c’era la musica. Abbiamo preferito non dire stronzate”

Lei “Vuoi dire che per tre ore non avete detto niente?”

Io “Avevamo preparato ognuno della musica nell’i-pod e quindi abbiamo solo ascoltato”. Mi volto e mi guarda praticamente come se fossi un alieno. Sorride nervosamente e se ne va. Io continuo a guardare via Vlaska dall’alto con le mani nelle tasche.

Il viaggio è andato bene, la musica, il volume della radio solo sui numeri pari, niente pioggia e cielo nuvoloso ma in fondo avevamo avuto un lungo scambio di email nel quale abbiamo concordato cosa fare e cosa non fare. Quando sono andata a prenderlo all’aeroporto di Venezia appena entrato in macchina ha detto “Il viaggio andrà benissimo, stamattina la prima macchina che ho visto era rossa. Il rosso porta fortuna” ho sorriso perché ero d’accordo con lui, la prima macchina che ho visto aveva la somma dei numeri della targa pari e il pari porta bene sempre.

E’ finito tutto. Ci salutiamo all’aeroporto di Venezia. Lui deve prendere l’aereo per Madrid.

Lui “Che voleva la rumena ieri pomeriggio?”

Io “Voleva sapere di cosa avevamo parlato in macchina durante il viaggio”

Lui “Ma perché non si fanno mai i cazzi loro?”

Io “Perché la tua esistenza è più affascinante della loro?”

Lui “Perché vedendo la tua vita credono che la loro sia insignificante?”

Io “Come la Jadrolinija. Credono che gli altri hanno una vita più bella invece è sempre la stessa schifezza. Coprire con la speranza”

Lui “Invece è sempre la solita storia con qualsiasi schema lo vivi. Perché ami i Balcani?”

Io “L’Amore non si spiega. Li amo punto e basta”

Lui “Tu mi piaci perché dici delle meravigliose sciocchezze”

Io “Tu mi piaci perché non appartieni a questi tempi”

Lui “Come il Doctor Who?”

Io “Sì, come il Doctor Who”

Lui “Quando parti per la Romania?”

Io “Dopo domani”

Lui “Ok, ora vado. Ci vediamo a Bruxelles tra due mesi. Aereo questa volta, niente macchina”

Ci sorridiamo. Rimango lì a guardarlo mentre si allontana ma poi torna indietro.
Lui “Tu alla rumena dovevi dire La musica è il cibo dell’amore” e mi sposta una ciocca di capelli dalla fronte.

Io “Ciao amico di William”, mi sorride mentre cammina all’indietro e poi, come sempre, inizia a correre verso i controlli, sembra veramente il Doctor Who con quel cappotto di velluto marrone.

La prossima volta a Bruxelles sarà l’ultima volta che ti vedrò e questa cosa non mi piace.

5. THE COURSE OF TRUE LOVE NEVER DID RUN SMOOTH

Io e il mio amico americano siamo ad occhi chiusi illudendoci che il sole belga possa scurire la nostra pelle bianca.

Lui “Quando fa caldo ho sempre il ricordo della discarica della Striscia di Gaza”

Io “Perché Gaza?”

Lui “Il caldo e i rifiuti sono una coppia perfetta per togliere il respiro. Sarà capitato anche a te che quando arrivi in un posto i colleghi ti portano a fare il turista?”

Io “Non ti portano a fare il turista, ti fanno prendere le misure”

Lui “Per vedere dov’è il passaggio segreto per fuggire?”

Io “Non c’è nessun passaggio segreto. Non puoi scappare da certi posti. S’incollano nel cervello ed escono fuori ai primi caldi oppure quando vedi una stella rossa insomma quando meno te lo aspetti, sei lì che combatti con i tuoi ricordi quando stai semplicemente prendendo il sole”

Lui “Quel giorno che mi portarono alla discarica, c’erano anche delle uova. Notammo che si muovevano, curioso mi avvicinai e c’erano dei pulcini, con tutto quel caldo le uova si stavano aprendo. C’erano uova rotte dove si vedevano i pulcini morti, ma c’erano anche pulcini che uscivano dalle uova. Alcuni camminavano,  altri rimanevano immobili e poi c’è ne era uno che aveva la testolina tutta color sangue, si era rotto qualcosa nel cervello e cercava disperatamente di alzarsi ma cadeva sempre. Poi arrivarono dei bambini con delle buste e iniziarono a riempirle con i pulcini. La nascita dei pulcini portava angoscia e morte in quel momento”

Io “Ora ho capito il perché di quella maglietta con sopra quel pulcino con la testa rossa. Qualche volta però sarà capitato anche a te di accompagnare gli altri?”

Lui “Si e a te?”

Io “Certo, accompagnare le delegazioni che arrivavano dall’Italia era un mio preciso compito. Ho fatto fare le gite al prete mancato, al professore universitario, al cattocomunista, al no-global, al fervente cattolico, alla radical-chic, alla poetessa fotografa e anche al pittore di guerra. Andavamo nei luoghi puliti e ordinati, ma alcune volte incrociavo la razza più temibile, quelli che dopo un giorno avevano capito tutto di quei posti. Mi vendicavo facendogli visitare ì luoghi sporchi e dimenticati da tutti. Una volta in un manicomio uno di Pisa con le lacrime agli occhi mi supplicò “Portatemi via di qui”. Vedere uomini mezzi nudi in mezzo alla neve mangiare nelle ciotole dei cani non era bello, certo che ti porto via da qui, ma promettimi che qui non ci tornerai più, dissi a voce bassa”

Lui “Per alcuni è facile schierarsi, palestinesi o israeliani, serbi o albanesi, americani o russi o capiscono tutto subito”

Io “Beati loro, a me risulta sempre difficile capire le cose e schierarmi. Io amo il mondo, più lo giro o lo studio e più non lo capisco. Amo l’essere umano ma ho visto le cose che ha fatto e mi fa paura. E’ un mondo bello anche perché c’è mio figlio ma un giorno mi chiederà perché è sulla faccia della Terra e io non lo so. Perché l’Amore fa soffrire?”

Lui “The course of true love never did run smooth, direbbe William. Mi mancherai”

Apro gli occhi e lui continua a prendere il sole a occhi chiusi. Vorrei prendergli la mano e invece dico “Ora devo andare sennò perdo l’aereo. Credi che ci rivedremo?”

Lui “Se sono fortunato”

Io “La fortuna deve essere aiutata dalla perseveranza”

Lui “Un’altra tua meravigliosa sciocchezza”

Io “Mi mancherai tu e le tue posate, ecco vedi ti ho preso un sacchetto per metterle dentro. E’ rosso”

Lui “Ma cos’è un regalo? Anch’io ti ho preso un bracciale,vedi è rosso”

Sorridiamo

Io “Io vado. Ciao” e inizio ad andare verso l’entrata dell’aeroporto. Mi chiedo perché quei bambini prendessero i pulcini, per mangiarli? Per crescerli? Per giocarci?

Non voltarti

 6. DO YOU SUFFER FROM SOCIAL ANXIETY?

 

« Datemi Scott a capo di una spedizione scientifica, Amundsen per un raid rapido ed efficace; ma, quando siete nell’avversità e non intravedete via d’uscita, inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton »

Quando ho visto correre nell’aeroporto di Monaco il mio amico americano non ci potevo credere che fosse lui. L’ho seguito con lo sguardo allibita. Sono stata due giorni a Monaco per montare un video con un mio amico tedesco per un progetto transnazionale. Ho pensato che fosse meglio rimanere immobile, ma poi mi sono affiancata a lui mentre faceva il check-in per Oslo.

“Ehi, ma tu corri sempre negli aeroporti?” ho chiesto.

Lui si è voltato e mi ha fatto un sorriso tra l’ebete e l’incredulo.

“Vieni anche tu a Oslo?” mi ha chiesto

“Sorpresa. Ho il posto affianco al tuo” rispondo

“Certo, allora come mai a Monaco?” domanda

“Dovevo montare dei video per quel progetto nelle carceri e ho chiesto un aiuto ad un mio amico giornalista”

“Niente vacanze quest’anno ma poi del resto per noi è meglio lavorare. Immagina io e te su una spiaggia per 15 giorni. Chiudi gli occhi. Vedi corpi che vogliono abbronzarsi? Senti le chiacchiere dei vacanzieri? Odora nell’aria creme e abbronzanti? Che cosa senti?”

“Ansia” rispondo

“Vedi che è meglio lavorare”

Intanto fa passare tutti davanti nella fila al check-in. Una vecchietta ci dona uno sguardo benevolo mentre io mi chiedo se una della sua età non starebbe meglio a casa sua.

“A inizio settembre sarò a Parigi e tu?” domanda

“Io torno a sud” rispondo

“Bene, vai a farti venire un po’ di bile?” Sorrido, ha ragione, non vorrei tornare. Da quando vivo al Nord non ho più problemi con la mia bile “densa”. Il dottore guardando le analisi del sangue ha detto “E’ tutto ritornato alla normalità. Si vede che segue la mia dieta”. Ho mentito quando ho risposto “Sono una brava paziente”

“Sto solo una settimana. Non potrei resistere di più ai confini del mondo”
“Tu non dirla questa cosa a loro che vivono ai confini del mondo. E pensare che stavi rischiando di morire, ma noto che l’aria tedesca ti ringiovanisce. Non sembra che tra pochi giorni sarai una bella quarantenne”

“Cos’è un complimento?” domando

“No, è solo un modo per farti capire che vorrei di nuovo averti al mio fianco per difendermi dai camerieri. Cosa stai studiando, leggendo e ascoltando in questo periodo?”

“Shackleton, Pynchon e The Foals e tu?”

“Alexander Pearce, David Foster Wallace e Ideals”

Da i documenti alla signorina, alza la mano e mi saluta, non ho il tempo nemmeno di guardarlo scomparire nel tubo che inizio a correre per non perdere il mio.

Il suo aereo decolla prima del mio, lo vedo alzarsi e virare a destra e immagino lui con il solito giornale che conta le righe dell’articolo nella seconda pagina per vedere se la somma da un numero pari, porta fortuna.

Cazzo ho dimenticato i granuli! Ma è troppo tardi l’aereo lascia la terra e dopo un po’ vira a sinistra.

http://www.youtube.com/watch?v=eYoINidnLRQ&NR=1
http://www.south-pole.com/p0000097.htm
http://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Pearce
http://www.youtube.com/watch?v=29v-pgd7O3w

7. FEZ

Siamo chiusi in questa stanza da più di due ore al centro di una città tedesca che ha un muro, o meglio quel poco che rimane, per i turisti dal 1989. Sull’ordine del giorno dell’incontro ci sono solo due punti: la fase finale del progetto, bozza di una presentazione degli operatori che hanno lavorato a questo progetto. Il primo punto è affrontato senza difficoltà ma sul secondo si addensano all’orizzonte nuvole nere. I tedeschi vorrebbero una semplice presentazione powerpoint. I rumeni sono d’accordo con loro. Gli spagnoli vorrebbero un semplice foglio in cartellina. Noi vorremmo semplicemente tornare a casa al più presto.

“I’ve got a brilliant idea” dice il mio amico americano.

Tutti lo guardano spaventati. Il collega tedesco dice “Le tue idee spaventano”

Lui si alza e allargando le braccia verso il cielo dice “Un video!”

Tutti “Un video?”. Conosco la sua idea, sono mesi che lo ripete, l’occasione è arrivata.

Vorrei nascondermi sotto il tavolo.

“Ogni organizzazione viene presentata con lo sfondo della sua bandiera. E poi si dividono per gruppi di lavoro. Gli psicologi. I coordinatori. I direttori dei carceri minorili. I progettisti. Gli educatori. Le guardie carcerarie insomma tutti divisi per ruolo nel progetto e tutti cantano una canzone”

“Qual è canzone?” chiede ingenuamente la collega rumena

Lui “The Proclaimers, I’m gonna be (500 Miles)” è inizia anche a cantarla “Il significato è semplice. Noi facciamo chilometri e chilometri. Lavoriamo ore e ore e per che cosa? Per loro, per chi insomma non ha possibilità. Noi diamo delle possibilità o no? E questo è una forma di Amore”

Silenzio

Il tedesco “Ma non possiamo riunire le guardie carcerarie di mezza Europa. Ci costerebbe troppo”

“Ma noi giriamo il video nel nostro paese e poi li uniremo in riquadri. Esempio. Le guardie carcerarie e ci saranno 4 riquadri, Spagna, Romania, Italia, Germania”
Silenzio

Non molla. “Vi faccio vedere da dove partiremo” collega il suo pc ed ecco il video http://www.youtube.com/watch?v=tEPDqf8KDN0

Io mi copro gli occhi con una mano. Gli altri rimangono esterrefatti.

“Non lo faremo proprio così. Direi più soft e niente corsetta. Ma la scena finale sì con i riquadri dei 4 paesi” è un fiume in piena e poi una collega spagnola dice “A me piace”. Lui si sistema il nodo della cravatta invisibile e sorride. Sente che può farcela e mi fissa. “Anche a me piace” dico

Mentre usciamo sento una collega rumena dire al tedesco “Solo lui poteva pensare ad una cosa del genere. E’ americano”. Sarà anche americano ma io lo trovo semplicemente folle.

Nel treno che ci porta all’aeroporto, mettiamo la musica e facciamo le prove dei movimenti coinvolgendo una famiglia. Credo che mi divertirò anche a farlo. Lui insiste per mettere il fez perché dice “The fez is cool”.

“E se ci mettessimo anche il farfallino?” ha domandato

“Non ci provare nemmeno” ho risposto

“Va bene” e ha iniziato a cantare spostando la testa da destra a sinistra.

Le bambine di fronte hanno sorriso, la più grande ha detto una cosa nell’orecchio alla più piccola e sono scoppiate a ridere.

“Ha detto che siamo una bella coppia”

“No! Ha detto che siamo due stupidi” ho risposto

“Va bene” e ha iniziato a cantare spostando la testa da destra a sinistra.

Io il fez non lo metto! Giuro.

8. ANCHE I PESCE PALLA SORRIDONO

Mi guardo allo specchio della mia camera di albergo e cerco di fare vari sorrisi da sfoggiare alla cena che mi aspetta. Sono ridicola. L’unico sorriso vero che viene fuori è una specie di ghigno. Non mi piace questa città e non mi piace nemmeno il motivo per cui vengo qui. Tutto falso compresi i sorrisi.

Bussano alla porta e dovrei essere pronta per una cena di lavoro dove dovrò contenere la mia voglia di scappare e il mio collega americano con le sue paranoie e fobie.

“Sei pronta?”

“Non si è mai pronti per il patibolo” e guardo a terra.

Seguo il mio collega in silenzio nel corridoio. Entriamo nell’ascensore. Gonfio le guance e piano piano butto l’aria fuori, è l’ultimo mio gioco. Conto quanti secondi servono per sgonfiare la faccia prima che l’ascensore arrivi a destinazione così quando le porte si aprono sembro una donna normale e non un pesce palla. Abbiamo preso un bus in silenzio e arrivati davanti al ristorante il mio collega dice “Sorridi” “Mi sono allenata” e sfoggio il mio migliore sorriso.

“Questo è un ghigno non un sorriso”

“Davvero? Strano a me sembrava perfetto davanti allo specchio”.

Apre la porta e quasi mi spinge dentro. Saluti, bacetti e sudate strette di mano. Noto che il lampadario del ristorante non è al centro della stanza e questo mi rende nervosa. Le cose devono essere al proprio posto. Un lampadario per essere perfetto deve essere al centro di una stanza e non 10 cm fuori. Il ristorante imperfetto. Tutti seduti. Tutti pronti per fagocitare specialità di questa bella città. Si parla di un progetto su Lampedusa e di cosa cazzo volevi parlare? Io vorrei fare il gioco delle guance ma mi trattengo. Ad un certo punto sento una ragazza seduta al tavolo dietro di me dire “Indovina chi suona stasera al Cirque Royal?” e l’amico risponde “I Foals”. Io e il collega ci guardiamo. “Pesce palla l’hai visti a Milano il 25 ottobre quindi blocca il tuo cervello. Noi rimaniamo incollati qui” “Tu rimani incollato qui”.

La ragazza dietro di me si alza per andare in bagno e io la seguo. Prendo tutte le informazioni che annoto sulla carta igienica. In tre minuti preparo la strategia per fuggire. Mando sms dal bagno al mio collega:

“Io vado al concerto. Ho informazioni. Ho chiamato un taxi. Tutto è pronto”

e lui risponde “Io non vengo”

Esco dal bagno e mi avvicino ad una collega spagnola e le dico una cosa nell’orecchio. Lei mi guarda meravigliata e dice “Devi tornare in albergo anzi ti accompagno” “No non preoccuparti ho chiamato un taxi”. Saluto tutti e con faccia imbarazzata, non ho bisogno di allenamenti davanti allo specchio questo mi viene naturale, lascio il ristorante. Aspetto il taxi sul marciapiede. Mentre apro la portiera sento il mio collega dire “Pesce palla volevi rimanermi qui? Guarda che non ti alleni solo tu davanti allo specchio. Dai entra sennò facciamo tardi. Yannis non ti aspetta”. Mi spettino i capelli. Sorrido, guardo il mio collega e gonfio le guance. Cinque secondi, respiro per rilassarsi!

Siamo davanti al locale. Compriamo i biglietti e siamo dentro.

“Che hai detto per andartene?”

“Ma dai sono una donna cosa vuoi che dica?”

“Già che domanda stupida”

“E tu invece che hai detto?”

“Ho fatto leggere un articolo sull’aggressione recente di una donna a Bruxelles in un taxi”

“Vero?”

“Sì peccato che era di due anni fa. Google ti viene sempre in aiuto”

http://www.youtube.com/watch?v=k05blJgcAsU

9. LE AVVENTURE

“Poi tutto mi torna indietro travolgendomi
Come una melodia dimenticata da un sogno”

L’aereo atterra a Londra e penso al concetto di “‘avventura”. Ognuno possiede la sua idea di avventura ma questa parola è positiva o negativa? A me non piace l’avventura forse perché devo tenere tutto sotto controllo e poi perché la parola mi da l’impressione di qualcosa di superficiale. La parola “avventura” può includere tutto o niente, è un po’ come la parola “diverso”. Vorrei trovare la parola perfetta per ogni situazione. Le parole hanno il loro peso e avventura è una parola leggera.

Ritiro il bagaglio e sono pronta per uscire dall’aeroporto. Il mio ex-collega americano è venuto a prendermi

“Sei pronta per l’avventura matrimonio inglese?” domanda ridendo

“Non potresti usare una parola meno leggera?” e mi allontano da lui

“Ma cosa ho detto? Ti è andato il globulo di traverso in aereo?”

“Non mi piace la parola avventura va bene?”

“Ah ecco! Ti avevo detto di non rileggere Twain. A cosa ti serve rileggere?”

“Devo colmare le lacune” rispondo

Inizia a ridere e colpisce con l’indice il centro della mia fronte mentre dice “Tu non hai lacune. Tu vivi benissimo nelle tue mancanze. Ripeto la domanda: Sei pronta per un divertente matrimonio inglese?”

“Sì sono pronta” e mi metto sull’attenti

“Ma secondo te, ho una vita avventurosa?” domando

“Vivere con te è avventura. Entra in questa cazzo di macchina e andiamo a bere un birra”

“Quindi conoscermi è una cosa positiva?” e lo guardo mentre apro lo sportello della macchina

“Cosa vuol dire per te la parola avventura?” continuo

“Avventura è sempre tornare a casa per una tazza di tè e ora mangia il muffin che ti ho comprato e non pensare alle tante disgrazie del mondo che hai visto”

“Hai trovato la parola giusta. Non sono avventure sono disgrazie” rispondo

“Non puoi parlare di disgrazie  meglio la parola AVVENTURA” mi risponde con un bellissimo sorriso del tipo, così va il mondo e noi siamo solo due amici sfigati

https://www.youtube.com/watch?v=MPipMQvKgKk

10. IL MATRIMONIO

Ho indossato un vestito giallo e ho in testa un cerchietto per capelli con un fiocco blu. Non volevo mettermi il cerchietto ma ad un matrimonio inglese le donne devono indossare un cappello oppure negli ultimi tempi si possono indossare cerchietti un po’ vistosi.

Quando l’ho messo nei capelli, una piuma mi è ricaduta davanti agli occhi e ho iniziato a soffiare per allontanarla dalla mia visuale. Mi è stato detto che non è da signora soffiare le piume davanti agli occhi, naturalmente ho bofonchiato.

Dopo la cerimonia in chiesa mi ritrovo sotto un enorme gazebo pieno di lucine e seduta ad un tavolo con i parenti del mio ex collega americano. Il menù prevede solo tre portate. Un italiano direbbe che un matrimonio inglese è una miseria abituato alle nostrane mangiate matrimoniali.

“Come sono innamorati” dice una cugina

“Eh già il giorno del matrimonio tutti sembrano innamorati” risponde l’altra cugina. Io soffio sulla piuma e tutti si voltano per guardarmi. Il mio amico dice in perfetto italiano “Smettila” “Parlate in italiano per non farvi capire?” domanda la cugina “Certo” rispondiamo insieme io e lui.

Chissà cosa penseranno di noi i suoi parenti? Sono consapevoli di avere un cugino fuori di testa che tra poco partirà per la Siria e che forse non metterà radici in nessun posto del mondo. Io lo so perché non mette radici, lui ha paura, lui ha semplicemente paura e più facile non combattere per niente, è più facile farsi scorrere la vita degli altri che la propria.

Dopo la cena con i parenti inizia il ricevimento per gli amici e quindi si balla e ci si ubriaca. Gli sposi aprono le danze. Tutti sono sorridenti. Io e il mio amico decidiamo di darci alle danze anche perché la cugina ha spinto tanto nel vederci ballare. Io e lui volevamo stare solo seduti  sul divanetto sotto le lucine con la nostra personale bottiglia di vino bianco in perfetto silenzio.

“Non hai niente da dire a questi bifolchi inglesi?” domanda mentre balliamo

“No” rispondo

“Tra una settimana parto per la Siria e non hai detto ancora niente”

“La vita è tua e la guidi solo tu. Non ho niente da aggiungere” e mi sono allontanata

“Eh no cara donna. Invece di scriverlo perché, cazzo, ti viene meglio, ora lo dici” e mi ha voltato tirandomi la mano

“Lo vuoi sapere? Tu sei pieno d’amore. Tu trabocchi d’amore per il mondo ma gli altri nelle loro menti creano chimere che portano distruzione. L’uomo non elimina i diversi. L’uomo elimina chi scopre il modo di sopravvivere allo schifo quotidiano e tu sopravvivi”.

Mi ha guardato in silenzio e poi domanda “Hai un brutto presentimento del mio lavoro in Siria?”

Abbasso lo sguardo “Io ho un brutto presentimento su tutto. L’ottimismo non è il mio forte” rispondo

“Va bene, forse è meglio continuare a ballare. Potevi semplicemente dirmi che ti mancherò. Potevi semplicemente abbracciarmi e darmi un bel bacio. No, tu no devi parlarmi di sopravvivenza. Che dirti? Ti aspetterò in paradiso e sorride “Potrei parlare con David Foster Wallace pensa che bello. Potrei pensare a te che cerchi di sopravvivere. Potrei amarti da lontano”

Il matrimonio inglese è terminato come quello italiano. Tutti gli invitati sono tornati a casa. Solo due invitati sono rimasti sul divanetto sotto le luci a bere una bottiglia di vino bianco. Lei appoggiata alla spalla di lui. Lei senza cerchietto e lui senza cravatta. Sono leggermente ubriachi mentre vedono tutti i camerieri del catering smontare tutto e portare tutto in un enorme camion.

Lui “La vita è tutta qui. Prepari tutto alla perfezione, scegli le cose migliori, ti adatti a tutto anche alle cugine odiose e poi finisce tutto in un camion”

Lei “Mi abbracci?”

https://www.youtube.com/watch?v=ltZYXEsvfqU

11. ULISSE PARTE PRIMA

 “Non perdere del tempo con libri inutili. Prima che tu muoia devi leggere L’Ulisse di Joyce e tra le pagine del libro troverai un biglietto d’aereo per Beirut. Come vedi sono ancora vivo e leggo La Chimera sotto i cedri”

 12. ULISSE PARTE SECONDA

Scambio di messaggi via Whatapp

“Non aspettarmi in aeroporto”

“Viaggi con ritardo? Prenderai un taxi? Ti scrivo l’indirizzo?”

“Forse non hai capito bene. Non aspettarmi in aeroporto perché non sono sull’aereo, anzi si sta alzando proprio in questo momento ma io non sono sopra”

“Ma non hai preso i granuli?”

“Primo. Non vengo a Beirut. Secondo. Morirò senza leggere l’Ulisse di Joyce. Non capisco un cazzo. Amen. Terzo. Lo ricorderò sul letto di morte: Cazzo, non ho letto l’Ulisse e aggiungerò a lettere luminose nel mio cervello E CHI SE NE FOTTE”

“Ti senti tradita perché non sono rimasto a Venezia e vuoi farmela pagare? Scrivilo una buona volte su tutte”

“E anche qui non hai capito. Io mi sento tradita dalla vita. Mi sento tradita da tutti e tutto e quindi anche la tua cara amata Beirut si fotta”

“Stai gonfiando le guance per rilassarti?”

“Veramente sto ascoltando Beirut per rilassarmi e alla faccia di Joyce sto leggendo Foster con Passaggio in India”

“Leggere non deve essere sempre un divertimento”

“Leggere non è un divertimento ma nemmeno un rompimento di neuroni”

“A Natale vado a casa. Non verrò a Venezia”

“Sopravvivrò anche a questo. Don’t worry. Ho affinato armi di sopravvivenza inimmaginabili”

“Stai diventando cinica e fredda”

“Non farmi ridere! Sono sempre stata cinica. Si chiama autodifesa. Non fare l’amico offeso adesso”

“Stai lavorando al progetto per il tessile in Turchia?”

“Sì, Istanbul mi sta aspettando senza di te”

“Non siamo stati mai a Istanbul insieme”

“Ora vado con L. grande divertimento mi aspetta!”

“Mi manchi qui a Beirut”

“Tu manchi al bus 4L. Manchi al computer senza il tasto N sulla tastiera in ufficio. Manchi al caffè delle 11.00 al Rizzardini e mancherai a tutte le frittelle che mangerò dopo Natale. Manchi allo spritz del Venerdì e manchi alla mia libreria. Manchi alla pista ciclabile di via Dante. Manchi alla commessa del Pam. Manchi al cameriere della Vite Rossa ormai aveva accettato anche il tuo sacchetto rosso delle posate portate da casa. Manchi al pozzo di Campo San Polo”

“Non so cosa risponderti”

“Niente e aggiungo che cancellerò questa applicazione dal mio cellulare. Anche questa è autodifesa”

“Mi stai cacciando dalla tua vita in maniera troppo calcolata”

“Non devi preoccuparti, sto trovando solo nuove metodologie per non farmi male. Ti resetto e poi piano piano ti rimetto in circolo”

“Stai parlando di me o di un psicofarmaco?”

“Ma l’affetto non è un psicofarmaco?”

“Stupida! Ti proibisco di scrivere cazzate”

“Dai ora vado fammi uscire da questo cazzo di aeroporto. Salutami Beirut”

“Salutami il cameriere della Vite Rossa”

https://www.youtube.com/watch?v=X61BVv6pLtw

13. IL RIENTRO

Sono le 11 e al bar dell’aeroporto di Venezia bevo una camomilla. Il ragazzo del bar domanda “Paura di volare?” “No, devo incontrare una persona”. Il ragazzo insiste “Fidanzato? Marito? Capo?”. Avrei voglia di rispondere “E’ una donna” ma sorrido e dico “No, un amico che torna da una guerra” “Brutta cosa la guerra” mi risponde il ragazzo. Credo di aver fatto un bellissimo sorriso alzando la testa dalla tazza perché lui mi ha risposto con un occhiolino.

Sono nervosa e forse si vede. Non comunico con il mio amico da un paio di mesi però so che è vivo, prendo notizie dalla sorella (a sua insaputa). Ho saputo che viene a Mestre per riaprire casa e io sono qui con un libro ad aspettarlo davanti a queste maledette porte e cazzo, non mi sono preparata nemmeno due parole di benvenuto. Lo vedo, istintivamente vorrei chiamarlo ma invece lo seguo in silenzio. E’ dimagrito e si è fatto crescere la barba. Sono tentata di andarmene e mentre mi giro per imboccare un’altra porta sento dietro le mie spalle “Ma dove cazzo vuoi andare?”, mi volto “Non mi dai nemmeno un bacio di benvenuto”. Non ho resistito, l’ho abbracciato forte e lui mi ha dato un bacio sulla fronte “Stai attento! Lo sai che nella barba proliferano i germi?” ho detto mentre mi ripulivo la fronte con la mano. Mi ha guardato basito “Ho sperato che in questi mesi tu fossi leggermente migliorata. Noto, con estrema gioia, che non è successo. Hai distrutto in un attimo uno dei nostri rari momenti di felicità. Ma cosa più importante: che cazzo hai fatto ai capelli?” “Sto facendomi crescere un carciofo. Ti piace?” “Sembri un cartone animato giapponese” “Potremmo dire che i nostri momenti di felicità sono questi? Baci e abbracci sono rari momenti di normalità” e faccio l’occhiolino “E cos’è questo? Mi sei mancata, lo sai?” “lo so” dico abbassando lo sguardo “Ora dovresti dire che anche io ti sono mancato quindi?”. Non ho risposto.

Siamo saliti sul bus che ci riporta a casa. Vorrei domandargli tante cose sulla Siria, Libano, su lui e sulla guerra ma so cosa si prova quando si rientra a casa da posti orrendi. Si prova confusione e un sentimento di smarrimento spazio-temporale. Ti gira la testa e non capisci dove sei e, cosa più importante, dove potresti stare per fermare tutto ciò. Si è adeguato alla morte e vi assicuro non è cosa facile.

Lui guarda fuori dal finestrino e io ho provo una tenerezza infinità. Prendo la sua mano “Sono contenta che tu sia tornato e non sai quanto mi sei mancato ma per favore elimina questa barba” “Pranzo alla Vite Rossa?” “Certo ho prenotato” dico io sorridendo “Io faccio fuori la barba ma tu, per favore, vai dal parrucchiere?” “Va bene” “E ti prego, ora mi addormento ma tienimi la mano. Non lasciarmi”.

https://www.youtube.com/watch?v=bpOSxM0rNPM

14. LA CASUALITA’ DI UNO SVENIMENTO

Io e mio amico dai capelli rossi non lavoriamo più insieme da un anno ma ogni tanto ci vediamo per una cena o aperitivo rigorosamente a Venezia. Lui lavora sempre nel sociale, io no. Quando ho deciso di lasciare gli sfigati lui non era d’accordo e ha sentenziato “Ti do tempo un anno e dopo ti mancheranno. Ti cercherai qualcosa da fare”. Da un mese vado a Marghera per fare volontariato nel guardaroba della Caritas ma lui non lo sa, non mi piace quando le persone con quel viso saccente dicono “Avevo ragione” e a maggior ragione lui con quei suoi odiosi capelli rossi e le sue lentiggini che mi guarda e alza solo il lato sinistro della bocca. Non parla ma si capisce il messaggio che sta lanciando ma le cose non si possono nascondere e l’altro giorno ha scoperto tutto.

E’ venuto al guardaroba per accompagnare due immigrati a cercare dei vestiti. Lo vedo attraversare la strada sorridente come sempre. La responsabile mi dice “Apri la porta, deve essere l’appuntamento delle 9.00”. Vorrei svenire, sì potrei inventarmi uno svenimento, in tre secondi calcolo dove cadere per non farmi male e come alzare gli occhi al cielo insomma ne ho letti di svenimenti in Dostoevskij, cazzo sono preparata. Oppure mi nascondo dietro la porta? Sì mi nascondo.

Lui entra per primo e guardo da dietro i suoi capelli rossi e noto che stanno diminuendo al centro della testa.  Saluta e si presenta intanto a me gira la testa. Ho voglia di fumare ma la sensazione del velluto sui polpastrelli è più forte. La responsabile dice “Certo vi aspettavamo. Serafina aiuta i ragazzi”. Io rimango immobile. “Ma che fai dietro la porta? Esci fuori”. Cazzo, mi sposto leggermente mentre lui si volta. Io cerco di sorridere ma viene fuori più la faccia di un pesce. Stringo le labbra e le sposto a destra e alzo la manina destra in segno di saluto. Lui mi guarda e spalanca gli occhi. Non ci vediamo e sentiamo da due mesi. “E’ la nostra nuova volontaria. E’ molto brava … ” dice la responsabile “Ma stonata” continua lui “La conosco, abbiamo lavorato insieme prima che mi abbandonasse” e non ride “Vuoi uscire da dietro questa porta?”. Questo è il momento per svenire? Calcolo che se svenissi adesso, la responsabile penserebbe che tra noi due c’è stato qualcosa quindi desisto forse è meglio dopo. Chiudo la porta “Cosa vi serve ragazzi?”.

Ecco la strategia, non guardo lui e mi rivolgo solo ai ragazzi insomma la soluzione è meno scenografica dello svenimento ma è più coerente. Non calcolarlo, non guardarlo, lui nella stanza non c’è. Faccio vedere pantaloni, scarpe, magliette e lui non sposta lo sguardo da me e anche mentre parla con la responsabile guarda sempre me. Mi tremano le mani e lui lo vede. “Sei emozionata di vedermi cara volontaria?” “Stai perdendo i capelli lo sai? Ti ho visto da dietro e l’ho notato”. Ridono tutti tranne lui e io. “Potevi scrivermelo che facevi la volontaria o no?” domanda e io “Mica devo dirti tutte le decisioni che prendo o no?” rispondo mentre metto i vestiti nelle buste. “Vi conoscete da tanto tempo” domanda la responsabile. Io dico “no” e lui dice “sì”.

Ora potrei svenire mi sembra il momento adatto “Ognuno ha la sua modalità di misurare il tempo” dico mentre sorrido alla responsabile. Lui non sorride, ha le mani appoggiate alla scrivania sembra quasi pronto per azzannarmi al collo. “Chi ti ha fatto cambiare idea? Chi ti ha convinto a ritornare?” “Sono come Anne Elliot in Persuasione. Potrei dire la mia consapevolezza” e sorrido, lui no. Stacca le mani dalla scrivania e dice “Ora dobbiamo andare. Grazie e arrivederci a tutti”. Io lo seguo, usciamo fuori, lui si volta e con l’indice puntato dice “Sei una falsa. No, no ho chiuso con gli sfigati e poi ti ritrovo qua. E che cazzo c’entra che sto perdendo i capelli?” “Mi dovresti ringraziare che comunque ho notato l’inizio di una calvizia invece di puntarmi l’indice” “Ah, certo. Mi preoccupo per te. Si chiama vecchiaia” “Sai quando hai detto che andavi a correre, ecco volevo dirtelo ma non avevo il coraggio. L’università di Kiev ha stabilito che correre non fa bene al bulbo del capello rosso. Il bulbo viene attratto dalla forza di gravità più velocemente e così comincia la calvizie” “A te David Foster Wallace ti ha rovinato l’esistenza ora si è aggiunto anche Gaddis sei diventata anche comica?” “Quando andiamo a cena insieme così mi dirai – Avevo ragione – e chiudiamo questo cerchio?” “Io non vado a cena con i falsi” e si allontana e io urlo “Aspetterò con estrema ansia una tua telefonata” “Non scrivere niente sul blog. Ti chiamo in questi giorni” “Va bene” rispondo.

 

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