Morire per sopravvivere

In un bar di Napoli ascolto una conversazione tra il proprietario e una cliente. Assumo la posa disinteressata, guardo il telefonino mentre bevo il caffè ma le orecchie sono tra loro due. Parlano di una donna che ha avuto una bimba a 44 anni ed esprimono giudizi variopinti sulla sua coraggiosa scelta e alla fine la cliente domanda “Ma lui adesso dov’è?” , presumo che lui sia il compagno della donna, il proprietario risponde “Ah lui adesso è agli arresti domiciliari. Sta’ proprio buono” e ridono.

In qualsiasi parte d’Italia alle parole “arresti domiciliari” i clienti del bar si sarebbero voltati ma qui a Napoli, dove è tutto così pittoresco, le parole “arresti domiciliari” sembrano far parte di un percorso di vita normale, poi alla fine non è così male la situazione sembra quasi emergere dalla frase finale della cliente che chiude la conversazione prima dei saluti, “Eh già, po’ non ha fatto chissà quale omicidio. Ha fatto buono a’ farlo fore’ a chillo’ la’”. Insomma questo ha ammazzato ma ha fatto bene perché, presumo, che l’altro meritava di morire ed è una coincidenza ascoltare questa conversazione mentre ho appena terminato di leggere “Morire per sopravvivere, una storia vera all’85%” dell’americano Chuck Klosterman. L’aggiunta nel titolo “una storia vera all’85%” già mi fa venire l’orticaria ma capisco sia una di quelle trovate pop che possono anche esserci visti i tempi che viviamo. Chuck in America è molto conosciuto perché scrive di musica su un famoso giornale americano e il libro di cosa parla? E’ un reportage: andare nei posti dove sono morti cantanti e vedere l’effetto che fa! Cercare stanze d’albergo, luoghi, case dove la morte ha portato via qualche genio musicale in America e ascoltare la storia di chi c’era in quel momento. 

Il libro parla di musica all’85% e il restante parla della vita amorosa di Chuck e delle sue donne, quando parla di musica è molto bello quando parla delle donne è noioso ma tanto noioso. I reportage mi ricordano tanto David Foster Wallace ma qui lo spessore è inesistente e ho fatto fatica anche a trovare qualcosa di sostanzioso. Il pensiero finale sembrerebbe essere: questi luoghi dove sono morte persone importanti per la musica sono in fondo monumenti vuoti, senza emozioni e che il posto della musica sia solo dentro di noi! Ma scusa un attimo, quasi 300 pagine per arrivare a questa conclusione? A me il libro o il reportage è sembrata una scusa per parlare della musica dei Fletwood Mac, Radiohead, Led Zeppelin e altri ancora, scritti bene anzi anche divertenti ma niente di più. Ma anche il pensiero finale non è così vero perché non spiegherebbe quello che succede oggi e cioè la ricerca di luoghi dove si consumano le tragedie e la curiosità di vedere l’effetto che fa scattando anche qualche foto. 

Forse si potrebbe fare una distinzione su chi muore e cioè, finchè sei un musicista esempio Kurt Cobain dei Nirvana, la sua musica rimane sempre e quindi Muori per poi comunque sopravvivere e quel posto dove Kirk è morto è un posto vuoto perchè la musica riempe tutto ma se invece sei un povero Cristo che muore per esempio a Rigopiano, il dopo è diverso. Alcuni comuni mortali sono curiosi dell’effetto che fa andando a fare una gita in quel posto perché forse potevano essere loro, non c’è niente che riempe un vuoto anzi è una curiosità o no? Ma in questi posti non vale Morire per sopravvivere eh no! Qui no! Qui si muore e rimane la rabbia di chi ha perso qualcuno. Diverso, invece, quando vai in quei posti dove la Storia ha preso una piega diversa in fondo la morte causa sempre degli effetti su tutti noi.

E poi c’è la sindrome di Cotard, rara malattia mentale dove il paziente crede di essere morto, interessante questa sindrome, è anche definita la sindrome del cadavere che cammina. Perché il mio cervello pensa a questa sindrome? Ah sì, potrebbe essere una spiegazione alla mancanza di Umanità che mi circonda. Potrei anche pensare che ci sia un’epidemia e che io sia una non infetta e che debba trovare una cura? Infatti leggo tanto gli intellettuali sui giornali (l’ultimo è l’editoriale di Baricco su La Repubblica dove parla della rottura del patto tra l’elites e le classi svantaggiate) per trovare una via d’uscita, vorrei aiutarli questi malati (il mio background lavorativo lo impone) ma leggendo non trovo niente di innovativo. Sono affamata di azioni. Voglio andare allo scontro verbale perché la morte deve scatenare un effetto, non possiamo credere che qualcuno deve morire perché è giusto.

Siamo tutti sopravvivendo anzi galleggiando sul mar Mediterraneo ma qualcuno muore con una pagella cucita nella giacca, altri sopravvivono coprendosi gli occhi, altri sparano cazzate senza umanità, altri piangono ma in fondo galleggiamo tutti come degli stronzi!

Almeno i musicisti, gli scrittori lasciano qualcosa, noi cosa lasceremo? Ah sì, l’idea che qualche volta la morte c’è la cerchiamo ed è giusto che qualcuno c’ammazza perchè in fondo non puoi andartela a cercare solo perché ti va o vuoi sfidare la sorte!!

Sguardi selvaggi

P.S: Perdonatemi ma ultimamente ho i pensieri come in una lavatrice, Non riesco a tradurre i pensieri in parole. Parto da un punto e arrivo in un altro, senza ricordarmi da dove cazzo sono partita. Il mio amico dai capelli rossi dice che è un bene essere confusi, io non credo!

 

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4 pensieri su “Morire per sopravvivere

  1. Tempo addietro, per un certo periodo, ho pensato anche io che qualcuno dovesse morire perchè sarebbe stato giusto, o comunque sarebbe stato meglio. E ero anche dell’idea che in qualche modo una mano potessi darla anche io. Ma ho subito lasciato perdere, e ho fatto bene, che tanto, a vedere adesso, non ne sarebbe valsa la pena.

    1. La morte è l’unica certezza che abbiamo e non trovo giusto in nessun caso anticiparla a nessuno anche se è il peggior essere umano sulla faccia della Terra. La differenza è enorme tra augurare o procurare la morte e chiedere giustizia, non vale la pena sporcare la mente o le mani con pensieri inutili tanto un giorno il cerchio dovrà chiudersi

      1. Già, facile e consolatoria la chiusura del cerchio; si chiude bottega e buona notte ai suonatori. Ma non è detto che vada proprio così, chi sa che non si continui a tribolare.

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