Più lontano ancora su una melanconica collina

Spesso in vaporetto o in bus sono costretta ad ascoltare le conversazioni degli altri via telefono. Io vorrei concentrarmi sul libro che leggo o sui ragionamenti che faccio ma le loro parole mi distraggono. Ho notato un po’ di cose, l’assenza dei nomi e l’utilizzo di una serie infinita di nomignoli. Nella conversazione con un figlio/a si usa di tutto: amore, cucciolo, pulcino, pulce, tesoro. Nella conversazione con un amico/a: cara o tesoro poi ci sono dispregiativi per i cattivi e belle parole per gli amici ma i nomi no? Questi cazzi di figli hanno un nome registrato all’anagrafe? Ma quello che mi sconvolge di più sono gli argomenti trattati, minuti e minuti a parlare di quello che dovranno mangiare o indossare. Perché dovete disturbarmi con i vostri argomenti superficiali? E poi ci sono i divi! Sì sì i divi, quelli che reggono le redini dell’ufficio oppure che fanno serate bellissime e si lamentano perché non si sentono in forma. Poi ci sono i cattivi! Quelli che parlano male di tutto e di tutti, si scagliano prima con il tempo meteorologico per finire alla stronza della collega che non ha fatto un cambio turno. E infine ci sono gli stranieri che naturalmente non capisci un cazzo di cosa dicono ma parlano e parlano tanto. Ora ditemi perché devo ascoltarmi le vostre conversazioni? Certo, non si può mai semplificare la società, sarebbe da idioti ma comunque sono d’accordo con Jonathan Franzen quando scrive “Privacy, per me, non significa nascondere agli altri la mia vita privata. Significa evitare che la vita privata degli altri irrompa nella mia”. Questa frase è nel libro “Più lontano ancora” che è una raccolta di saggi (altra interessante raccolta di saggi è Come stare soli) e precisamente il saggio è “I just called I say I love you” dove lo scrittore scrive dei cambiamenti che il telefonino sta portando nel mostro modo di vivere ed è interessante volete sapere perché? Perché fino ad una settimana fa pensavo di essere diventata una quarantacinquenne intollerante e anche un po’ squilibrata. Io che utilizzo il telefono per comunicazioni veloci (le chiacchierate le faccio da casa facendo nomi e cognomi). Io che alcune volte mi sento “vintage” per come utilizzo i social e che non faccio “web marketing” al mio blog insomma pensavo di essere fuori tempo e invece non è così!! Il mio rapporto con la tecnologia è normale o meglio equilibrato. Non ho perso la mia mente nei tasti di un telefono e cosa più importante non ho perso la mia memoria.

In questa raccolta di saggi si parla anche di Facebook, di come la parola piacere abbia sostituito la parola amare e cosa più interessante che proprio la parola piacere ha portato alla formazione di tanti narcisisti. Tutti vogliono essere Kim Kardashian e tutti credono che un selfie cambia la vita, sì il cambiamento avviene, raramente, ma è tutto sulla superficie ed è tutto volubile e quindi che cazzo di cambiamento è? “Tuttavia, se dedicate la vostra esistenza al tentativo di piacere agli altri, e assumente un’immagine il più possibile accattivante per riuscirci, forse è perché non credete di poter essere amati per come siete davvero” Paura? No no non preoccupatevi basta essere consapevoli di cosa siamo e qui un po’ di timore può anche starci.

Nei 21 saggi Franzen si sfoga un po’ da bravo moralista: animali in pericolo, ambiente, social media, letteratura e anche sul suo amico suicida David Foster Wallace. Io non so se voi avete mai avuto un amico/a che si è suicidato, io sì, vi assicuro che non è facile (ne ho parlato un po’ qui Assalone Assalone) poco dopo lo stordimento iniziale vi sale dalla pancia una rabbia che non è facile gestire. Rabbia verso l’amico e rabbia verso la società che etichetta chi si toglie la vita con “anime fragili” certo è così ma io, secondo te, non ho fatto un cazzo per alleviare la sua fragilità? E altra rabbia che sale insieme a quel maledetto senso di colpa. David Foster Wallace scrittore che anche da morto scatena sempre polemiche tra chi lo venera e chi lo continua ad infangare. Sono dovuta scendere in campo in una discussione nella quale un mio amico ne diceva di cotte e crude su uno degli scrittori che mi ha cambiato la vita. Il mio ex-collega dai capelli rossi ribatteva ad ogni parola, io sinceramente non ne potevo più, volevo bere il mio bicchiere di vino bianco in silenzio guardando una Venezia notturna e l’ho zittito dicendo “Lo sai che scrive Franzen sui lettori di David? I suoi lettori più ricettivi sono quelli che conoscono meglio gli effetti socialmente e spiritualmente isolanti di dipendenze, compulsioni o depressioni, quindi tu non fai parte del club, ritieniti fortunato e poi Wallace è morto! Quindi non rompere le palle. Benedici la sua fragilità e festeggia perché non scriverà più. Bevi da sto cazzo di bicchiere”. Zitti tutti! Sulla via del ritorno il rosso con faccia allarmata mi ha chiesto “E quindi noi siamo dei depressi?” “Non lo so ma accoglievamo con gratitudine ogni nuovo dispaccio da quell’isola lontanissima che era David. La sua disperazione, che condividevamo con la nostra esistenza, veniva accolta come un dono di autentica bontà: sentivamo l’amore nella realtà della sua arte, e lo amiamo per questo o no? E tutto questo quel coglione del nostro amico non lo capirà mai” ho risposto. Lui ha sorriso “Tu mi sorprendi sempre, prima usi parole dolci e gentili e dopo butti lì un coglione giusto per rompere l’atmosfera” e io “La parte dolce è Franzen. La chiusa finale è mia. Devo continuare su quale modalità?”. Ci siamo guardati e ci siamo fatti una bella risata alla faccia delle nostre depressioni, ossessioni e compulsioni.

Jonathan Franzen sembrerebbe uno scorbutico cinquantenne che disprezza i social media e forse lo è ma almeno lo dice senza mezze parole, è anche un odioso moralista e forse un po’ lo sono anch’io, non ci vedo niente di male ad esserlo mi fa sentire così umana e così voglio rimanere UMANA!

Buona lettura per quelli che alcune volte si sentono soli e che convivono con depressioni, ossessioni e compulsioni!

On Melancholy Hill

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8 pensieri su “Più lontano ancora su una melanconica collina

    1. Io mio figlio lo chiamo nano malefico ma siccome sta crescendo ogni tanto lo chiamo Attila naturalmente sempre tra le mura domestiche… Eh giá la tua dipendenza da N. é chiara e tu ne sei anche mooolto consapevole

  1. “Tuttavia, se dedicate la vostra esistenza al tentativo di piacere agli altri, e assumente un’immagine il più possibile accattivante per riuscirci, forse è perché non credete di poter essere amati per come siete davvero.”
    G E N I A L E
    E’ di Franzen?
    A me lui non è che faccia impazzire, piuttosto mi annoia, anche se si capisce che è uno di quelli bravi bravi che ha tanto da dire e da dare.

    1. Più che un complimento è svelare la verità cioè quando qualcuno “azzecca” un tuo modo di vedere le cose, tu lo guardi esterefatto e dici “Bravo, hai capito tutto e quindi vedi di regolarti” … è un avvertimento 🙂

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