Storie di solitari americani

“Non sei figo se te ne stai in un angolo, fumando sigarette, sorseggiando champagne tra una citazione di Kerouac e l’altra. Sei un figo se non te ne frega un cazzo di quello che dice la gente e di come ti vesti. Sei figo se non fai il figo”.
Noel Gallagher

Alle 6.30 di mattina mi sveglio e in media vado a dormire alle 23.30 e riesco a stare da sola con i miei pensieri in media due ore al giorno e per me è poco. Vorrei stare da sola almeno cinque o sei ore. Alcune volte quando apro la porta di casa e nessuno mi viene incontro ho un attimo di felicità.

Storie di solitari americani” è un’antologia a cura di Gianni Celati e Daniele Benati (Ed. Rizzoli 2006). È una splendida raccolta di quattordici racconti di scrittori americani: Hawthorne, Poe, Melville, Harte, James, Chopin, Twain, O. Henry, London, Anderson, Lardner, Hammett, Schwarts, O’Connor.  S’inizia con il 1834 con il primo racconto di Hawthorne e si termina nel 1953 con l’ultimo racconto di O’Connor .

Fra le pagine di questo libro non saprei scegliere i migliori racconti, alcuni sono veramente di una disarmante bellezza come “L’amore della vita” di London oppure “Non è facile trovare un brav’uomo” di O’Connor  oppure “L’uomo che corruppe Hadleyburg” di Twain.

Ma quello che colpisce è il tema che unisce tutti questi meravigliosi racconti che è la solitudine. La solitudine intesa non come solitudine fisica ma come una volontaria assenza della persona. I personaggi di questi racconti non hanno stretto alcun patto con la società e dalla società si lasciano escludere come l’uomo della folla di Poe oppure Bartleby di Melville. Il copista di un avvocato di Wall Street che manda in crisi il suo datore di lavoro con la frase “Preferirei di no”.

Il motivo per cui hanno comportamenti strani rimane un mistero, ma è proprio per questo che si rendono impenetrabili, cioè non assimilabili, ma avulsi, fuori dagli schemi (come i personaggi di Kafka).

Molto interessante è l’iniziale saggio di Gianni Celati sulla nascita delle short stories in America. Curiosità, il primo a produrre una short stories fu Francis Bret Harte che compose un’epica in tono minore ambientata nei campi dei ricercatori d’ora dell’Ovest e nelle comunità di frontiere. Il suo racconto “I reietti di Poker Flat” narra di come i cittadini di questa città un giorno si siano liberati di tutti i peccatori della propria città, impiccandone alcuni o espellendone altri; ma gli espulsi sono colti da un’improvvisa bufera di neve e muoiono nella Sierra. Sembrerebbe un racconto leggero ma che invece racconta qualcosa sulla giustizia americana.

Un libro veramente interessante e lo trovo anche coraggioso. La solitudine non è un argomento frivolo, non è argomento da talk-show anzi non è proprio argomento della società contemporanea dove ti costringono a dover socializzare su tutto per poi incastrarti per venderti qualcosa.

Libro molto bello!

Ho pensato a Noel Gallagher che da solo non vale niente insomma gli Oasis erano gli Oasis ma la solitudine non è facile e poi Noel ha sempre quell’atteggiamento intollerante verso tutti e tutto e io impazzisco per lui da anni (i primi 27 secondi del video è intolleranza visiva)

 https://www.youtube.com/watch?v=bzQYtpjMjSo

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