I detective selvaggi

“Il problema, nella letteratura come nella vita, dice don Crispìn, è che alla fine uno finisce sempre per diventare uno stronzo”

La Turchia mi ha riportato alla memoria lo scrittore Roberto Bolaño e precisamente il suo libro “I Detective selvaggi”. Uscendo dall’aereo l’hostess mi ha fatto un grande sorriso, chissà se si fosse allenata davanti allo specchio prima del colloquio di lavoro. Scendendo dalle scalette dell’aereo ho guardato il panorama e non ho sentito una bella sensazione, mi sono sentita fuori posto ma questa è una sensazione che provo l’80% delle volte che atterro quindi è la normalità e la normalità non deve essere presa nemmeno in considerazione nell’evoluzione di una vita.

Ho fatto molte riunioni, incontrato e ascoltato tante persone ma alla fine il succo è stato sempre lo stesso “Noi vogliamo entrare in Europa, noi stiamo cambiando, noi stiamo cercando la nostra dimensione” ed è stato questo “noi” con il verbo “cercare” che mi ha fatto ritornare in mente i poeti di Bolaño, protagonisti del libro in questione.

Un romanzo diviso in tre parti e racconta la vita bohémien di un gruppo di poeti realvisceralisti a Città del Messico. Un romanzo che ha il ritmo di un film di Quentin Tarantino. Due poeti, Arturo Belano e Ulises Lima cercano attraverso l’America Latina la fondatrice della loro avanguardia Cesaria Tinajero, creatrice di un’unica composizione inedita e scomparsa nel nulla.

La prima parte è il diario di un diciassettenne Juan Garcia Madero che entra a far parte del gruppo di poeti e conosce il meraviglioso mondo del sesso. Prima e terza parte strepitose ma è la seconda il vero capolavoro. Nella seconda parte i vari personaggi raccontano il loro incontro con i protagonisti del libro (i due poeti). Ogni personaggio racconta con il suo stile l’incontro quindi nell’insieme la seconda parte possiede un vero e proprio ritmo di una canzone beat. Il lettore in dieci pagine prima viene catapultato a Parigi, poi a Tel Aviv per poi ritornare all’università di Città del Messico. La terza parte continua e così si conclude il diario di Madero.

La Turchia è uguale ad Arturo Belano e Ulises Lima. I giovani poeti parlano per ore di musica, libri, uomini, donne e sesso in cui cercano disperatamente qualcosa che può dare risposte al loro futuro. La Turchia cerca la sua dimensione (quindi parla e scrive tanto) per dare una risposta al suo futuro incerto.

La Turchia è un adolescente, la maggior parte delle persone ha nostalgia dell’adolescenza. La nostalgia di quelle giornate stesi al sole sui prati a sparare cazzate sul futuro. Un mondo bohémien in cui ci si emozionava di più ma poi alla fine forse c’erano solo più ormoni.

L’adolescenza è un passaggio per capire “di che morte vuoi morire” nel prosieguo della tua esistenza ecco la Turchia sta decidendo di che morte vuole morire.

Atterrata a Venezia l’hostess non mi ha sorriso. Ho guardato il panorama e mi sono ricordata della frase “Il problema, nella letteratura come nella vita, dice don Crispìn, è che alla fine uno finisce sempre per diventare uno stronzo” quindi niente da meravigliarsi ed era arrivato il momento di leggere 2666 scritto sempre da Bolaño (nel caso sia la prima volta di leggere il nome di questo scrittore vi consiglio vivamente di fare una ricerca su di lui)

https://www.youtube.com/watch?v=aGeFf_rIAVQ

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9 pensieri su “I detective selvaggi

  1. Bella ed interessante prospettiva. Accostare a questo I detetive selvaggi e le sorti (i dolori) della “giovane” Turchia, mostra tutta la portata politica della ricerca di quei giovani poeti, così come tutto il fondo esistenziale che muove le grandi scelte politiche di una nazione. P.s. 2666 è, anche per me, il libro del momento.

  2. Non conosco Bolaño, ma la tua lucida (viva!) riflessione e il rimando, mi porta a fare la ricerca. In compenso ho riascoltato il pezzo con vivace entusiasmo, nel senso che mi sono messa a canticchiare. Ben tornata!

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