Yellow Birds

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Ci sono molti modi di scrivere o parlare di una guerra in fondo è una questione di stile e dialettica. Esiste quello che io definisco “lo stile Caritas” e il risultato sul lettore è il senso di colpa. Poi abbiamo “lo stile autoreferenziale” e il risultato dipende dalla consapevolezza del lettore, chi rimane affascinato e chi invece lo capisce e non continua la lettura. “Lo stile dolce” che racconta la guerra attraversa le storie delle persone che la vivono e il lettore sviluppa un unico pensiero “poveretti” e anche qui si arriva al senso di colpa ma il giro è più contorto. E infine ci sono i tecnici che scrivono con “lo stile da Università” e il lettore si sente un emerito ignorante domandandosi anche dove cazzo è posizionata questa guerra nel mondo.

Lasciatemi aggiungere che anche le guerre subiscono le regole del mondo. Si parla di una guerra quando è al culmine poi non se ne parla più, si spengono le luci e buonanotte al secchio. Vedete me, durante la mia permanenza e quando sono tornata dai Balcani andavo in giro a parlare della guerra per “sensibilizzare”, ora nessuno mi prende in considerazione (forse sarebbe meglio adesso). I Balcani non vanno più di moda. Ora è la Siria e tutti lì attenti a studiare ma poi sarà un altro posto e il grande circo continuerà all’infinito e poi le storie di guerra sono sempre le stesse: si combatte, si muore e si soffre. Peccato che in Somalia la guerra continua ma nessuno sa niente. Poi qualche terrorista prepara un attentato a Nairobi nel centro commerciale ed ecco qui torna la Somalia in prima pagina. Oppure cade un aereo in Ucraina e tutti ad avere paura. Anche le cause sono sempre le stesse non si scappa e conoscendole si potrebbero evitare e invece no! Osserviamo il mondo sempre con la certezza che a noi non toccherà. Vedete l’aereo abbattuto in Ucraina. Non voglio dirvelo ma la globalizzazione porta anche una sola certezza: non siete salvi in nessun posto. Le guerre arrivano anche da voi ed è giusto che ne siate consapevoli. I “poveretti” siamo anche noi e potete ascoltare o leggere chiunque ci sia stato in guerra ma se non avete questa consapevolezza non capirete mai la vera paura.

La guerra è una cosa orrenda e lo ricorda anche Kevin Powers “Yellow birds” che viene paragonato a “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque. Mi è stato regalato in un aeroporto con la speranza che anch’io racconti la mia guerra, che tiri fuori la mia paura di morire ma state tranquilli per adesso non ho nessuna intenzione di farlo. Il libro è bello ma paragonarlo a Remarque mi sembra esagerato. Le parti ambientate in Iraq sono scritte in maniera perfetta ma quelle del ritorno a casa sono scontate e piene di frasi inutili direi “romantiche”. E’ scontato che chi vive una guerra non torna a casa tanto bene ma qui esiste una differenza con le guerre del passato, ai tempi di Remarque le cose erano un po’ diverse. Ai tempi della prima guerra mondiale i soldati non sapevano nemmeno scrivere e le comunicazioni dal fronte non erano agevoli e ora? Ora siamo fin troppo in comunicazione. E quando qualcuno ritorna dal fronte le persone che rimangono in attesa vedono tutto e faranno di tutto per cercare di far dimenticare al reduce la guerra ma è un lavoro impossibile. Quello che scrive Kevin Powers l’ho provato anch’io. Atterri con l’aereo e le prime cose che ti vengono dette mentre ti danno pacche sulle spalle “Non pensarci. Ora sei a casa” tra abbracci e baci la parola “CASA” è quella che viene ripetuta all’infinito, ma abbiamo un problema di base, io non so più dove sia casa mia. E’ quello che scriveva Remarque mentre il suo protagonista nella sua camera vedeva i libri e li percepiva sfocati, li percepiva di un’altra persona.

Non amo i libri sulla guerra. Remarque rimane l’unico ma questo Powers potrebbe esservi utile per comprendere chi torna a casa da una guerra è molto diverso da come lo ricordavate. Chi torna a casa senza aver mantenuto una promessa. Chi torna a casa e il mondo non è cambiato nemmeno di un millimetro. Poi bisogna vedere che faceva in una guerra. Conosco militari che non escono dalla base e altri invece che una base non la vedono mai. Conosco operatori che scrivono sulle guerre da casa raccontando le storie dei poveri sfigati che sono rimasti lì. Conosco gente che parte per posti per sporcarsi l’anima perché così si sentono vivi. Conosco gente che ritorna e non sa più dove vorrebbe morire in fondo non ha capito ancora dove cazzo sta la sua casa. Conosco tanta gente autoreferenziale che li prenderei a calci in culo e conosco tanta gente ignorante che anche questi seguirebbero le sorti degli autoreferenziali.

Scrivere un post sulla guerra non è facile. Si prova rabbia e un forte senso d’ingiustizia. Lavorando in un centro d’accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo politico sapete quante storie conosco di gente che scappa da una guerra. Potrei scrivere un libro e “perché non lo fai?” mi è stato chiesto, perché raccontare la superficie non serve a niente, perché sensibilizzare non serve a niente. Dopo  un convegno si va al bar a bere un aperitivo. Che bello, come siamo stati bravi! Invece si dovrebbe raccontare come cambi tu, uomo occidentale che vai in guerra. Come cambi tu quando vedi gente morire in un attimo. Come cambi tu quando il giorno prima tieni in braccio un bambino e il giorno dopo viene a sapere che è morto. E come sopravvivi allo schifo quotidiano che vedi? Come cambi quando ti trovi davanti alle grandi ingiustizie del mondo perché rubano e speculano anche in guerra. Tu cosa fai? Alzi la voce? Paghi le conseguenze? Ci dovremmo indignare e dirlo, scriverlo che i primi a fare schifo siamo noi!

Potete partecipare a tutti i convegni che volete. Ascoltare e leggere tutte le storie del mondo ma se non siete a voi a urlare contro le ingiustizie del mondo anzi siete i primi a “fottere” il prossimo avete solo sprecato tempo in aperitivi pieni di cultura e autoreferenziali.

Sapete la storia dei giornalisti che vengono rapiti e poi scarcerati? Ecco per quelli noi paghiamo un riscatto (gli americani non pagano e sappiamo le conseguenze) e io mi domando: tu sai, perché lo sai, che è pericoloso e perché vai più in là? Loro rispondono “Il mondo deve sapere” ma che cazzo devo sapere, è una guerra, si combatte e ci sono bambini che muoiono. No, tu vuoi la gloria, tu vuoi il successo, tu senti che puoi salvarlo il mondo e vai, ed ecco che rispunta “la sindrome del Salvatore”.

E dopo tutto queste stronzate che ho scritto vi starete chiedendo, allora cara come si esce da questa storia. Semplice, iniziamo a ridistribuire le ricchezze ma prima nei nostri paesi, diamo l’esempio. Ma voi siete disposti a rinunciare alle vostre ricchezze? Siete disposti alla vera solidarietà?

Le foto sono state scattate in Iraq da un mio amico militare

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6 pensieri su “Yellow Birds

    1. Allora ti è piaciuto? Io in alcuni punti lo trovo troppo stile “incazzato” ma forse ci sta dopo tutto quello che vedo e sento un po’ di sana incazzatura ci sta… sì ci sta!

      1. Per me è equilibrato. L’incazzatura è un diritto. Dici delle verità, purtroppo! E le hai dette con lucida sintesi e chiarezza.
        La guerra è una replica infinita, quello che a teatro definiamo canovaccio è la base immutabile, sopra ognuno recita la sua parte.
        Se ti capita leggi il mio “poema di povere anime/1. Delle guerre”. Senza aspettative, qui è la “nicchia”, fai conto di entrare in un webbar (lo chiamo così) di periferia, vi entra chi si perde a chiedere l’informazione “per andare dove deve andare” (ahahaha)

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