Il senso di una fine

 

Là dove la maggior parte di noi, temo, tende a fare il contrario: prendiamo d’impulso una decisione e ci costruiamo sopra un’infrastruttura di ragionamento che possa giustificarla. Il risultato poi lo definiamo buonsenso

La scorsa settimana sono stata a Belgrado a trovare un amico e in un sabato pieno di luce mi chiede “Andiamo a vedere la tomba di Tito?”. Ho studiato Joseph Tito sui libri di scuola, poi all’Università e poi ho sentito i racconti di chi viveva nel periodo quando Tito guidava la Repubblica Yugoslava. Racconti diversi naturalmente, molti lo rimpiangono e altri lo denigrano. Ricordano volentieri Tito, perché al tempo in cui governava si stava bene. Riusciva a tenere insieme tutti e cosa più importante avevano tutti un lavoro anzi venivano anche premiati. Ho visto medaglie e foto di viaggi premi. Si viveva in modo modesto ma non c’erano differenze come quelle di oggi. Questo è il riassunto di chi lo rimpiange. Diverse sono le parole di quelli che lo denigrano, naturalmente.

Sono passati dieci anni dalla mia ultima visita a Belgrado e Milosevic era appena caduto. La città è molto cambiata, come tutta la Serbia del resto, però ho l’impressione che tutto sia su un’altalena. Da un lato, la voglia di progresso e quindi l’avvicinamento alla Ue e dall’altro lato la costante voglia di tornare indietro nel conosciuto nazionalismo. L’altalena la percepisci anche nei discorsi delle persone. Chi dice “Dobbiamo entrare in Europa” e altri “Dobbiamo riprenderci il Kosovo” insomma Slobodan è ancora presente ma all’orizzonte qualcuno vede l’Europa.

E pensando all’altalena mi viene in mente un libro letto un paio d’anni fa “I giusti nel tempo del male. Testimonianze del conflitto bosniaco” di Svetlana Broz, nipote del maresciallo Tito. Il libro è una raccolta di testimonianze di coraggio interetnico e di solidarietà durante il conflitto balcanico. C’è la storia di Serafina Lukic, croata, che attraverò una Sarajevo in fiamme per procurare cibo alla sua famiglia. Mentre correva tra i proiettili dei cecchini serbi fu caricata al volo da un tassista che la condusse a casa sana e salva. Il tassista si chiamava Mile Plakovic, un serbo che aveva già soccorso molte persone raccogliendole quando venivano ferite dai cecchini e portandole in ospedale. Questo libro era scomodo perchè raccontava un’altra Storia del conflitto infatti quando Svetlana era pronta per mandarlo in stampa qualcuno fece irruzione in casa sua rubando tutto, versione originale e floppy disc ma la signora non si perse d’animo e ha rifatto tutto. Lavorando in Kosovo ascoltai anch’io storie del genere. Albanesi che aiutavano i serbi o serbi che aiutavano gli albanesi ma questi racconti dovevano essere segreti perchè rendendoli pubblici avrebbero dato un’altra versione della Storia e questo non va bene. Nella Storia bisogna sapere con certezza chi sono i carnefici e le vittime, chi sono i colpevoli e gli innocenti per poi farla studiare alle nuove generazioni per non cadere negli stessi errori. Stronzate! Visto i risultati studiare la Storia non serve a niente  e forse un motivo esiste: ognuno racconta la sua Storia e la sua versione.

Tutto questo concetto viene spiegato da Adrian Finn, personaggio di un libro. Il libro è “Il senso di una fine” di Julian Barnes. Adrian interrogato dal suo professore di Storia afferma che esiste una smania di scaricare la responsabilità su qualcuno e questo gesto non è una specie di scappatoia? Abbiamo bisogno di accusare un individuo per poter assolvere tutti gli altri. Oppure vogliamo prendercela con il processo storico così da poter esonerare gli individui. E conclude dicendo “La questione dell’interpretazione soggettiva in conflitto con quella oggettiva, il fatto che dobbiamo conoscere la storia di chi scrive la storia, se vogliamo comprendere la versione degli eventi che ci viene proposta”.

Bel romanzo di Barnes dove si racconta la storia di Tony Webster che trascorre un’esistenza “normale” ma poi riceve una lettera che gli annuncia un’eredità, soldi e il diario del suo amico suicida Adrian Finn e la sua vita piatta subisce una bella scossa. Insomma Tony aveva rinunciato a vivere, aveva smesso di analizzare la vita e la prendeva così come veniva. Aveva chiesto alla vita di non turbarlo ed era stato accontato per un periodo molto lungo ma poi l’eredità gli da un bel calcio in culo e lo smuove. Tony Webster da la sua versione della Storia perchè ha voluto dimenticare perchè come si dice, il tempo guarisce tutto, certo sarà anche così e si fa dare una mano dal cervello che “salva” una versione diversa dei fatti ma poi arrivano le prove e zac! Tony è fregato, deve per forza andare indietro nel tempo e vedere le cose come realmente sono e non nella sua versione “salvata” e dare un senso alla sua vita? Ma esiste un senso?

Non è verò che il tempo guarisce tutto. Chi guarisce tutto qua è solo il cervello. E’ quello che vale per l’individuo vale anche per l’umanità. Le scappatoie non servono a niente. Raccontare una Storia al Mondo oppure raccontarsi una Storia a se stessi per non dire che siamo tutti complici e che ognuno di noi ha un certo grado di responsabilità  è un atto di vigliaccheria e la vigliaccheria non da senso alla vita ma il buonsenso quello sì che da senso a tutto!

Bellissimo romanzo!

http://www.youtube.com/watch?v=nj-8Qa_mfbQ

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12 pensieri su “Il senso di una fine

  1. Il libro di Barnes l’ho letto e adorato (ci scrissi pure qualcosa sopra tempo fa). Il gruppo belga (??!!!) che hai messo in fondo invece e’ una piacevolissima sorpresa.
    Grazie!

    B.

      1. Più che geograficamente mi riferivo al fatto che nel mio piccolo mondo non riesco più a pensare a cose così lontane oltre che geograficamente anche mentalmente

      2. Sul sito de “il fatto quotidiano” una paio di giorni fa c’era il video di un discorso fatto da Wallace a degli studenti universitari 🙂
        Ho pensato a te. Per dire

  2. Belgrado… l’anno scorso ho fatto una lista di 101 cose da fare prima del 31.12.2015 (il 2015 è l’anno dei miei 30 anni) e nei punti ci sono diversi viaggi, fra cui andare a Belgrado.
    Al momento ho fatto solo 3 delle cose da fare…

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